Su Giorgia Meloni, la prima donna premier della Repubblica, si è rovesciato in questi giorni l’ennesimo carico di veleno travestito da opinione politica. Opinionisti, giornalisti e politici, quasi tutti appartenenti all’area che si definisce “progressista” e “femminista”, hanno insinuato che dietro di lei ci siano altri a comandare. Che le decisioni non siano sue, ma di uomini nell’ombra.

Insinuazioni talmente diffuse da spingerla a difendersi pubblicamente: “Io non sono Alice nel Paese delle Meraviglie”. Una frase che è già una dichiarazione di guerra.

Ma il punto è un altro: questa è la forma più subdola di sessismo. Quella che arriva da chi si dice antisessista, da chi si autoproclama paladino delle donne, da chi urla contro il patriarcato, salvo poi riprodurlo fedelmente.

I progressisti sfilano contro la violenza sulle donne, ma agiscono forme di violenza non meno grave delle percosse promuovendo il pregiudizio che dietro una donna che arriva a ricoprire posizioni di potere ci sia sempre un uomo (o più uomini) che prende decisioni al posto di lei. Ma dietro una donna che ce la fa ci sono soltanto dolore, desiderio di riscatto, sacrificio, fedeltà ai propri valori, tenacia, impegno, coerenza, intelligenza, carisma, non un maschio che l’ha salvata.

Sminuire una donna al vertice del potere insinuando che non decida lei, ma che sia manovrata come una marionetta, significa negarle autonomia, competenza e autorevolezza. Significa dire che, se una donna arriva in cima, non ci arriva per merito e non è capace di restarci. È esattamente questo il messaggio, ed è maschilismo puro.

E non è un caso isolato. La magistratura stessa, nella vicenda Almasri, ha di fatto escluso la Premier dalla responsabilità della decisione di rimpatriare il libico, come se al tavolo non ci fosse stata lei ma soltanto Piantedosi, Nordio e Mantovano. Come se lei non contasse, come se il primo ministro fosse un ruolo onorifico, di facciata, soprattutto quando è occupato da una donna.

È un film già visto. L’attrice Asia Argento, sedicente femminista, la stessa che è stata elevata al ruolo di icona internazionale del movimento #MeToo, qualche anno fa, incontrando Meloni in un locale, ebbe la finezza di fotografarla di nascosto, postare la foto sui social commentando: “Ecco la schiena lardosa di una fascista”. E Giorgia era pure incinta in quel periodo. E come dimenticare i versi volgari del rapper Gennarone al concerto del Primo Maggio a Foggia? Il rapper rivolse alla premier un insulto sessista pesante, degradante, anche in presenza di istituzioni. Niente solidarietà da parte della sinistra “femminista”. Solo silenzio.
Come se il sessismo allo stato puro, condito da disprezzo fisico, potesse essere considerato intollerabile se ha come bersaglio una donna di centrodestra.

Lo stesso copione si ripete da anni: insinuazioni, frasi velenose, attacchi sul corpo, sul ruolo, sulle capacità. Sempre con la stessa matrice: secondo questi femministi del piffero, dietro una donna deve esserci sempre un uomo. Perché una donna, da sola, non può decidere, non può comandare, non può camminare sulle proprie gambe. Deve essere supportata e patrocinata.

E allora diciamolo chiaro: questo è il vero sessismo, quello di sinistra. Quello che si traveste da progressismo ma puzza di vecchio patriarcato. Quello che ti mette la mano sulla spalla con aria di protezione e intanto ti dice che non vali abbastanza per decidere da sola
Giorgia Meloni sarà giudicata, com’è giusto, per le sue scelte politiche. Ma che sia lei a prenderle è un fatto e chi insinua il contrario, oggi, non combatte il sessismo. Lo incarna.

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