Aggressioni, rapine, pestaggi, violenze sessuali, atti vandalici. Sono alcuni dei reati di cui si macchiano sempre più di frequente cittadini gambiani, che spesso godono anche di protezione, come il 26enne che due giorni fa ha stuprato una donna di sessant’anni in un parco a Roma. Tuttavia, il Gambia è formalmente considerato un “Paese sicuro” dall’Unione Europea, il che significa che non è teatro di guerre né di persecuzioni sistematiche per motivi religiosi, politici, etnici o di orientamento sessuale. Ci sono, certo, problemi economici e sociali, come in buona parte dell’Africa subsahariana, ma non esiste alcun conflitto armato o genocidio in corso. E dunque, non ci sono le condizioni legali per il riconoscimento dell’asilo politico.

Insomma, non sussiste a nostro carico alcun obbligo legale di accogliere cittadini gambiani, tanto che nella stragrande maggioranza dei casi da oltre dieci anni le richieste di asilo presentate da gambiani vengono respinte, in quanto l’asilo può essere concesso soltanto da chi fugge da persecuzioni o pericoli reali e documentabili.

Eppure si è trovato un modo subdolo per aggirare questo ostacolo, sempre in nome del buonismo ipocrita. E qui entriamo nel nodo politico e giuridico del disastro italiano ed europeo, l’utilizzo disinvolto della “protezione umanitaria”, divenuta trucco per eludere le regole. In Italia, per anni, si è fatto un uso ideologico della “protezione umanitaria”, una forma residuale e discrezionale che, nel tempo, è diventata una scorciatoia per regolarizzare chiunque arrivasse, anche senza diritto.

Il risultato? Migliaia di migranti provenienti da Paesi sicuri, come il Gambia, accolti e mantenuti a spese dello Stato, con l’illusione (e la retorica) dell’accoglienza umanitaria. Individui spesso pericolosi, che finiscono con il vivere in strada e con il delinquere e che, pure quando vengono arrestati e ricevono provvedimenti di espulsione, tornano a piede libero e permangono sul nostro territorio, avvalorando il convincimento che la loro condotta violenta non produca conseguenze. Come il 24enne che a fine luglio ha aggredito e rapinato una settantenne alla stazione di Foggia: aveva commesso reati analoghi eppure si trovava lì.

I casi di stupro, rapina, spaccio commessi da cittadini gambiani non sono isolati. Sono ripetitivi, costanti, quasi strutturali. Ma chi lo fa notare e denuncia la problematica viene accusato di razzismo, una maniera per inibire chiunque voglia portare a galla il fenomeno, ossia questo problema di ordine pubblico, che nasce dall’applicazione di un principio non giuridico e razionale, bensì ideologico e irrazionale: l’idea che noi si debba aprire le braccia a tutti i poveri del mondo e che basti giungere da Paesi miseri per avere le porte spalancate.

Qualcosa di insostenibile anche dal punto di vista pratico, non solo culturale e sociale. Se dovessimo ospitare chiunque viva nella povertà, dovremmo eliminare le frontiere e inglobare miliardi di persone. Non è fattibile.

L’asilo, così come la protezione umanitaria, è un diritto sacrosanto solo quando la vita è oggettivamente in pericolo. Se viene adoperato in modo sconsiderato, diviene un rischio per la sicurezza, l’ordine pubblico, il sistema sociale, la popolazione che già risiede legittimamente all’interno dei confini di una Nazione.

Se la solidarietà è cieca e non regolata diventa suicida.

E chi paga tutto questo, in termini di sicurezza, soldi e dignità, sono gli italiani.

Accogliere chi fugge da guerre, da regimi sanguinari, è giusto. Nessuno qui sostiene il contrario. Dare asilo politico solo ai reali rifugiati è sacrosanto. Ma accogliere chi viene da un paese stabile soltanto per povertà non può diventare politica di massa. Perché il contraccolpo alla coesione e alla sicurezza interna è ormai evidente.

Ecco perché è giunto il momento di differenziare tra bisogno e diritto. La solidarietà va calibrata, non inseguire utopie che trasformano l’aiuto in fallimento. Difendere l’asilo non significa spianare le porte a tutti.

Non mi stupisce che a criticare questi concetti sono e saranno sempre i soliti, quelli che parlano di accoglienza seduti nei salotti degli attici del centro ma che non devono subirne le conseguenze nei propri quartieri.

Quelli che usano la povertà altrui come leva ideologica, ma non hanno mai guardato negli occhi una donna violentata da chi non doveva neppure trovarsi qui.

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