Diversi commentatori vedono dietro la vicenda Almasri e la decisione di rinviare a giudizio membri di spicco del governo Meloni una sorta di vendetta delle toghe per la riforma della Giustizia. Io ritengo che sia vero: talvolta lo strumento giudiziario è stato ed è adoperato come una clava, come un manganello, come un mezzo di repressione politica, per mettere sotto processo la legittimità costituzionale dell’azione di governo soltanto perché non allineata ad una certa ideologia.
Ma attenzione: stavolta è diverso. Stavolta è addirittura più grave. Per accorgersene basta incrociare le notizie principali di oggi sui giornali: la richiesta di rinvio a giudizio a carico del capo del dicastero della Giustizia Carlo Nordio, del capo del dicastero dell’Interno Matteo Piantedosi e del segretario del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano e quella relativa all’iscrizione nel registro degli indagati di altri due carabinieri per depistaggio (adesso sono quattro quelli indagati, due anche per favoreggiamento oltre che per depistaggio) nell’ambito dei fatti relativi alla notte del 24 novembre scorso, quando, a Milano, due giovani egiziani, in sella ad uno scooter, hanno forzato un posto di blocco, costringendo i militari ad inseguirli e finendo con lo sfracellarsi a 120 km orari contro un palo, impatto che ha causato la morte di Ramy Elgaml.
Di questo decesso sono stati fin dal principio considerati colpevoli i militari, la responsabilità di colui che guidava lo scooter è stata minimizzata, addirittura ignorata dai media, che lo hanno trattato quale vittima.
I due egiziani, insomma, in questa visione distorta e patologica, sono stati ingiustamente inseguiti e spaventati dai carabinieri, i quali però non hanno fatto altro che adempiere ai propri doveri al fine di garantire il rispetto della legalità, l’ordine e la sicurezza.
Cosa hanno in comune ministri della Repubblica e carabinieri? Facile. Sono organi dello Stato, rappresentanti dello Stato, fanno parte dello stesso apparato, quello statale. Ecco perché reputare la richiesta di rinvio a giudizio dei ministri una questione politica è riduttivo.
Siamo davanti ad una problematica ben più ampia, che ha una matrice culturale. Si è imposta la cultura della intolleranza nei confronti dello Stato. È lo Stato a dovere essere indagato e processato. E lo è ogni volta che agisce per la difesa della sicurezza. Ogni volta che si azzarda ad agire in nome dell’ordine, della legalità, della sicurezza. Ogni volta che impone un limite, che esercita una prerogativa, che si prende la responsabilità, che gli spetta, di decidere, di intervenire, di contenere.
Ogni gesto statuale è ormai sotto sospetto, se non è allineato al pensiero dominante. La divisa è sospetta. L’autorità è sospetta. Il governo è sospetto. Non perché abbia violato la legge, ma perché non si inchina al dogma dell’impunità ideologica, della remissività buonista, dell’antistatismo militante.
È questa una delle piaghe più profonde del nostro tempo: l’ostilità ideologica verso lo Stato allorché esso esercita l’autorità legittima.
Lo Stato ha smesso di essere garante ed è stato trasformato in imputato. Una deriva inquietante, che non può essere ignorata. Le sue conseguenze e ripercussioni sfociano inevitabilmente nel disordine, nell’anarchia, nel sovvertimento di ogni regola, nella morte della civiltà.
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Azzurra Barbuto

























